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INTERVISTA ESCLUSIVA A JAN-KLAUS STABROVINSKJ

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20/1 13:07
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INTERVISTA ESCLUSIVA A JAN-KLAUS STABROVINSKJ


D.- È tanto che non ti vedevamo a Milano? Cos’è successo? Forse una dozzina di anni fa? Colpa della Peste Nera di Davos forse?

R.- Be’, a dir il vero sono un paio di decenni, altroché! che non espongo a Milano. La mia ultima mostra, che ebbe una eco quasi mondiale, fu quella basata sulle stampe al platino, se ti rammenti... La Peste ha influito negativamente su tutto, basta vedere il recente MIA, che ha detta di un gallerista che conosco bene e quindi mi fido di cosa dice ha lasciato a bocca molto asciutta, se non secca del tutto! il giro dei galleristi, ma il mio isolamento non c’entra nulla con quanto accaduto di recente; si situa molto più in profondità, ha radici lontane. Ritengo che il mio confinamento in una no man’s land da parte dei galleristi internazionali sia dovuta al fatto che io, comunque, faccio una fotografia classica. Con fotografia classica intendo una fotografia senza tempo.

D.- Urca! Poni una questione mica da ridere! Fotografia classica vuol dire tutto e vuol dire nulla! Rischia di lisciar il pelo alla FUFFA! Ce lo spieghi ammesso che tu ci riesca? [risate da parte dell’intervistatrice; N.d.R.]

R. Scusa, ma non vorrei essere provocatorio, credimi! se ti dicessi che è facile rispondere alla tua domanda dicendo che la fotografia classica è tutto o quasi quello che non si fotografa oggi! A parte gli scherzi, lo vedi, credo, anche tu come l’imbecillismo acclarato che ammorba l’arte moderna è giunto ad infettare anche il nostro mondo fotografico. Tutta questo cianciare di concettualismo, “è una fotografia concettuale” di qua, di sopra, di sotto, a destra e manca copre solamente una vacuità estrema di concetti in primis attraverso la messa in campo di mere figurazioni che non hanno fondamento alcuno. Poi cosa vuol dire alla fin dei conti essere concettuale? Esprimere una cosa che sai solo tu nella tua testolina? Ma allora è un’arte da schizofrenici! Una cosa che hai e sai solo tu e per il restante mondo, universo, rimane sconosciuta! Ma questa non è arte, è delirio! Delirio che si innesta bene e qui si capisce come mai questa metastasi sia proliferata nella modernità succube del relativismo, del pensiero debole e di tutte queste orride menate con quanto accade nel resto della società tutta. Una follia generale e generalizzata, del resto, la Peste Nera lo sta a dimostrare!

D.- Mmhh… hai spiegato qualcosa ma mica tanto! Fai uno sforzo, suvvia e cerca d’essere più chiaro e sputa dunque il rospo se ce l’hai davvero in gola!

R.- Ma va là… questa puttanata del concettuale che vuol dire? Nulla! Che forse Paolo Uccello non era concettuale? La figurazione presupponeva comunque una proiezione concettuale! Ad esempio quando Uccello dipinge e ridipinge il mazzocchio, copricapo di allora, non fa venir a mente il concetto di importanza capitale di chi lo indossa? E questo non è concettuale? Anzi, la soi disant arte concettuale dovrebbe appellarsi proprio a-concettuale, coll’alfa privativo visto che non ti fa venir in mente nulla ma ti fa solo da lassativo!

D.- Sei sempre il solito caustico al vetriolo! Ci credo che i galleristi ti hanno inviso! Se continui così non ti verrà sentire più nessuno, altro che esporti le foto! Ripercorrerai lo stesso percorso di quando il regime dell’Est ti mise ai ferri, in gattabuia! M andiamo al sodo: giri come un condor sulla preda ma poi non ce la sveli mai! Con chi ce l’hai davvero?

R.- Ma non ce l’ho con nessuno, dai! Cosa vuoi che me ne importi a questa veneranda età? Quello che dovevo fare l’ho fatto dai!

D.- Be’, certo, questo è vero. Dopo la mostra negli Stati Uniti tu raggiungesti l’apice mentre al contempo la tua carriera di fotografo commerciale, ritrattista delle più nobili ed altolocate famiglie europee e talvolta anche non europee, viaggiava a gonfie vele, giusto?

R.- Assolutamente sì. Colla mia attività commerciale sostenevo quella di libera ricerca; non è certo un caso fuori dal comune, è un classico. La prima quasi esclusivamente a colori mentre la seconda quasi sempre in bianco e nero.

D.- Le famose stampe al platino?

R.- Sì, ma non solo, dimentichi il collodio! Ma torniamo a bomba! Il circuito della fotografia è come quello, pari pari, della musica, con tutti i suoi pregi ed i suoi difetti.

D.- Spiegati! Una buona volta!

R.- Presto detto! Mi era capitato anni fa di organizzare dei concerti per puro diletto, senza alcun scopo di lucro, per un mio carissimo conoscente che faceva il contrabbassista in ambito jazz. Te la faccio breve. Contatto una rosa di sponsor potenziali grazie alle mie entrature ed alla fine si riesce a mettere su un budget degno di questo nome per un mini festival jazz ma ed il ma è la risposta che cercavi, senza invitare i soliti noti, Rava, Guidi, Bollani e Fresu ecco che le presenze al festival venivano mortificate e quindi non se ne fece nulla in quanto i nomi proposti non avevano l’aura dei personaggi citati poc’anzi sebbene in valore assoluto non inferiori a questi. La stessa identica cosa accade in fotografia. Del resto, per certi versi, purtroppo è anche capibile. Mettiti nei panni di un gallerista che intraprende una trasferta costosissima alla fiera di Londra, per esempio: se porta un ArchiStar, che so io, tanto per dir un nome – Marco Glaviano – lo fa viaggiare attorno ai 10mila euro a stampa; se invece volesse lanciare uno medio o un medio-piccolo, per non parlar di uno sconosciuto, dovrebbe esporlo alla vendita suppergiù a neanche 2-3 mila euro! Capisci che non rientrerebbe mai nelle spese per non dire che non guadagnerebbe! Conclusione? Il mondo della fine art photography è un circolo vizioso non virtuoso!

D.- Credo d’aver capito la tua linea seppur è discutibile assai! Insomma, non ci credi più al circo Barnum del carrozzone della fotografia o mi sbaglio?

R.- Non è esattamente così. Dico solo e semplicemente che come al solito si dovrebbe guardare a questo mondo con occhio disincantato, senza la retorica che ammorba pesantemente anche, purtroppo, questo settore che in sé e per sé è bellissimo, affascinantissimo! Prendi ad esempio la grande collezione, strabiliante, di don Amedeo Galaurchi e le sue centinia di lastre le quali ritraggono persone di un tempo che fu: la sua opera non ha nulla da invidiare a quella di Sander in Germania eppure nessuno, contaci! lo porterà a nessun fasto delle cronache fotografiche! Un altro esempio più vicino a noi: il parteneopeo Sossio Mormile! Cos’hanno da invidiare le sue immagini a quelle di Mimmo [JODICE] – bada bene che Jodice è un fotografo che adoro ed ammiro sopra ogni cosa -? Nulla!
Solo che Mormile non ha avuto la fortuna e/o la capacità di farsi rappresentate da un gallerista scafatissimo come fu Lucio Amelio! Quindi, mi domando, dove sta la grande ed oggettiva capacità critica della “Kritika”? Scrivilo colla kappa come si scriveva Cossiga ai tempi delle rivolte giovanili… Quella stessa critica che ha innalzato lodi giaculatorie infinite all’accoppiata Becher sino a sfiorare il ridicolo! Questi han fatto una foto sola nella loro vita e l’hanno riprodotta centinia e centinaia di volte! Stessa inquadratura, stessa luce, stessa identica tipologia di soggetto, il tutto sino alla nausea! E bada bene che io sono un aficionado della fotografia di architettura in bianco e nero!

D.- Ti capto al volo! È vera o verosimile la boutade che un fotografo scatta SEMPRE e SOLO una unica fotografia?

R.- Ueh! Niente di più vero, purtroppo! E questo nella stragrande maggioranza dei casi e tanto più vero quando esaminiamo i casi dei FotoArchiStar! Gente che non riesce mai più ad uscire dal proprio guscio: una prigione dorata ma sempre una prigione!

D.- Dai, fai un esempio!

R.- Be’, uno su tutti, Helmut [NEWTON] o no? O non ha scattato sempre la stessa identica fotografia, per altro non da buttar alle ortiche, per decenni cavalcando a josa la tematica sadomaso? Ha insisito sino allo sfinimento e tutti a dire: “Oh, che belle!”, “sublimi!”, “fantastiche”! Non se ne poteva più davvero di vedere lo stesso cliché reiterato un migliaio di volte!

D.- Sei impietoso però! Altri così? Te ne vengono in mente? Ti stuzzico!

R.- Guarda che si fa prima a dire chi non ha avuto questo vizio esiziale, altroché! Prendi, in tono minore rispetto alla fama di Helmut, la sequela di foto di food di Chris [BROADBENT], magnifiche, per carità! Nessun dubbio a proposito ma seriali come non mai! Cambiava il soggetto per forza di cose, in quanto il cliente mutava ed anche il prodotto da riprendere, ma la foto era identica alle altre, tanto da risultarne alla fine dei giochi una vera e propria “cifra stilistica”, un conio insomma! che ti definisce come fotografo nel bene e nel male! Anche Franco [FONTANA] che per altro, bisogna ammetterlo, ha avuto il merito di inventare di sana pianta un genere tutto suo, unico, quello appunto delle Grandi Campiture di Colore, è rimasto gioco forza prigioniero di quella sua elevatissima “cifra stilistica” tanto che, quando provò a far il nudo, fu ridicolo! Non s’era mai visto una serie di nudi meno erotici (nel senso “alto” del termine) come quelli di Franco. Non valevano nulla.

D.- Fai però una confusione che metà basta ed avanza, accidenti! Non ho capito! Se disprezzi chi attua una fotografia seriale, sempre le stressa mutatis mutandi, perché alla fine dici che ciò permette la costruzione di una propria, peculiare, cifra stilistica, avere una cifra stilistica è incontrovertibilmente una buona, anzi, un’ottima cosa per un fotografo visto che lo fa contraddistinguere dagli altri fotografi, o no?

R.- Hai ragione pienamente! Mi son spiegato male e troppo in fretta! Chiedo venia! Il raggiungimento di una propria cifra stilistica è proprio il fattore principe che segna il solco, il più delle volte, tra la fotografia professionale e quella amatoriale ma per una ragione che pochi riescono a valutare e che è quella dell’impegno. Il professionista per antonomasia, per conditio sine qua non, deve scattare “tanto” per la semplice ragione che deve portar a casa la famosa pagnotta! L’amateur - e non c’è disprezzo alcuno per questa figura, sia chiaro – (essendo stati tantissimi fotografi amateur dei grandi fotografi) non ha questo vincolo, non ha questo pungolo e comunque a meno che non goda di cespiti che lo possono porre fuori dall’universo mercantile del ricatto, difficilmente avrà una produzione consistente, sostenuta numericamente, seppur ci sono eccezioni auree a questa regola. Ora un fattore molto importante da tenere in considerazione è che il fotogramma (o lo scatto digitale) è un nulla, uno 0 assoluto, se paragonato ad una opera appartenente ad una qualsiasi altra Arte! Vuoi mettere il paragone di una foto singola rispetto che so io, ad un quadro, ad un saggio, ad una poesia, ad una scultura, ad una partitura musicale? Hai mai provato ad esempio ad abbozzare, a disegnare, a dipingere una “semplice” mano, un piede umano o, peggio, un volto? Se lo facessi ti renderesti conto dell’immane difficoltà a portare a termine in maniera adeguata questo compito! Hai mai provato – altro esempio - ad essere intonato anche alla meno peggio, in un qualsiasi strumento ad arco privo di “tasti”, come la viola, il violoncelelo, il violino nonché il contrabbasso per capire DAVVERO cosa è la DIFFICOLTA’?
La foto singola è nulla più che un misero granello di sabbia in un deserto di significazioni. Ecco perché l’amatore può produrre una od anche più foto singole tra virgolette “bellissime” ma slegate tra loro o, per lo meno, episodiche, le quali non costituiscono un discorso completo, saldo, articolato per accreditargli una cifra stilistica prepotente, indelebile, ammirabile coram populo. Instagram, prova provata, è ridondante di foto “belle” senza per ciò assegnare a nessuno nessuna aura per cui lo si ricorderà! Non per nulla, la pellicola analogica dei film era costituita da una serie consistentissima di fotogrammi! Si ricorda il bel film non la singola foto di scena né il singolo fotogramma di una pellicola intera! In più mettici per soprammercato che l’arte fotografica è ridicola se la paragoni per complessità a qualsiasi altra arte: chi, ad esempio, ha provato a suonare uno strumento sa di che cosa parlo! La teoria e la praxis dell’armonia musicale è qualcosa di così complesso che non trova eguali molte volte neanche nella più complessa delle filosofie!

D.- Ho capito, dai! Sei un panzer, uno schiaccia-sassi, sei un rullo compressore, travolgi tutto e tutti? Ma allora, fammi capire! Tu come ti ritieni? A sentir il tuo sproloquio mi verrebbe da pensare che tu ti ritenga un appartenente di diritto al Clan degli Splendidi!

R.- No e non lo dico per falsa modestia! Io sono stato fortunato in quanto nacqui con con senso della composizione innato, datomi dai miei genitori o da uno o dall’altro del mio albero genalogico. Tutto qua. Di CERTO, di sicuro non sarò ricordato per nulla negli annali della Storia della Fotografia mondiale! Sono, in parole semplici, mi ritengo a dir il vero, un onesto praticante, ecco, un onesto artigiano della Scrittura colla Luce che è meglio nota come Fotografia, tutto qua. Del resto perché vergognarsene? Aldo [BALLO dello Studio Ballo & Ballo] aveva in uggia quel fotografame che si pavoneggiava attraverso le gallerie – penso al fulgore galleristico & pubblicistico - che ha arriso misteriosamente a Luigi [GHIRRI] (e a tutta una scia chiamata i ghirriani – ed andava dicendo che le “sue” gallerie erano i cataloghi aziendali del miglior design basato in Brianza, a Meda & dintorni e nelle pagine centrali delle riviste di design, di architettura e di interni più prestigiose al mondo! Quindi se mi posso reputare un onesto “artigiano” della fotografia io sono più che contento!

D.- Be’ chiarito questo punto andiamo avanti! Di Ghirri che ne pensi?

R.- Luigi - per carità - ebbe un approccio “magico” alla pratica iconografica spingendo a fondo, consapevolmente o no non è dato sapere, il giochetto del “concettuale” e quindi alcune sue immagini sono “fresche”, “naif” e quindi godibili al massimo ma rimane una congerie, una vera e propria pletora di foto di cui non sai dire se è una vera e propria presa per il #OOPS#, per dirla alla francese, od una semplice scemunaggine da “scemo del villaggio”. Ecco: molte, troppe immagini, di Luigi appaiono come i disegnetti, gli scarabocchi dei bambini. Un non senso che solo gli schizofrenici riescono a trovarne un recondito senso. Idem con patate per il FotoArchiStar Guido [GUIDI]. Stessa identica solfa, forse anche più incomprensibile di quella di Luigi.

D.- URCA! Questa che hai sparato è davvero forte! Ghirri è un MONUMENTO! Per non dire di Guidi! Ricercatissimo dai collezionisti! Non da poco la Triennale ha esposto Ghirri in gran pompa!

R.- Ma sì! Ma lascialo esporre! Tanto una massa di beoti, va lì di solito, per “adorarlo” ma non capiscono neanche loro di che cosa si sta parlando! Sono talmente condizionati dal battage condotto all’unisono dai media tutti che fa perdere loro ogni barlume di senso critico!

D.- Cosa vuoi dire di preciso?

R.- Voglio dire semplicemente quello che mi disse – tu sei a conoscenza del mio passato agonistico nello sport – un grandissimo allenatore sportivo, superlativo! Mi chiese se fossi a conoscenza o meno del processo per cui un braccio afferrava un biccchiere (per bere)? Ovviamente risposi di no sebbene conoscevo certe leggi dell’azione/contro-reazione (in fine dei conti si tratta di FISICA PURA!) avendo praticato l’arte marziale del Full Contact. Il Mister mi spiegò con tanto di supporto derivato da fonti CONI che nel mentre di portare un braccio ad afferrare un semplice bicchiere di acqua tutto il braccio, tutto l’organismo intero, agiva secondo una legge ergonomica che aveva come diktat il risparmio massimo della dispersione di energia corporea. Un fatto che se ci si pensa bene è assolutamente consonante con l’istinto sin troppo umano di conservazione. Il che ci porta a dire che la “retorica” ha la stessa funzione, lo stesso scopo, del risparmio massimo dell’energia messa in gioco in una azione fisica, reale: quella di risparmiare ogni dispendio di energia costi quello che costi. Quindi, tradotto nel nostro versante, se un battage mediatico esperito ad arte a favore di un certo autore, specie se supportato da risorse economiche rilevanti, potrebbe elevare (E LO FA DAVVERO!) un autore di Merda in un autore da FAVOLA!

D.- Accidenti! Ne voglio un esempio!

R.- Be’, facile! Terry! [Richardson]. Un bluff totale iconograficamente parlando! E perché le foto di Oliviero ti son parse belle? Innovative? Iconograficamente interessanti? Non si capì mai come fosse stato cooptato nell’éntourage di Vogue. Se vedi la storia della fotografia di moda di Vogue t’accorgi che le sue foto sono di gran lunga le più banali, terra-terra, di tutte le altre. Non parliamo poi della sua morale che sbandiera … lasciamo perdere!


D.- Torniamo al concettuale: cosa ne pensi davvero?

R.- Mi vuoi fare incazzare davvero? Penso che sia una vera presa per il #OOPS#! Già e partiamo che il Verbo si fece Carne tu capisci che definire una opera, una manifestazione del pensiero, “concettuale” è una cazzata grossa! Che vuol dire che una certa opera è concettuale? Te lo dico io! Nulla! Allora – secondo voi dementi - concettuale è Cy Twombly, coi suoi osceni scarabocchi da asilo nido, Sol Lewitt, coi suoi grafismi da prima elementare, Frank Stella, colle sue paraculate di colore e NON il Mantegna col suo San Sebastiano? Ma andiamo! Quindi per rimanere al nostro piccolo cretino orticello Guido colle sue risibili inquadrature – di cui si fa schermo e scherno, aggiungiamo noi, con la foglia di fico del banco ottico – di giardinetti di provincia, sarebbe un maìtre-à-penser della FoTToGraphia Mondiale (foto con due T)? Ma andiamo! Tutto ciò è ridicolo!

D.- Ho capito! Sei arrivato agli estremi! Cerco di (ri)portarti in un alveo “leggibile” ed “ascoltabile” perché ora come ora sei INSOPPORTABILE e scostumato! Mi citi un tuo Idolo davvero? Ma mi dici perché!

R.- Facile! Facilissimo! IRVING! [PENN]

D.- Ah! sorpresa! Lo scorso anno ci fu una succinta mostra sua a Milano anche se in una galleria per quanto chiccosissima ma defilata purtroppo dalla centralità milanese! Mi spieghi cosa trovi in Penn che ad esempio non trovi in Avedon che era non solo suo coevo ma anche per così dire concorrente?

R.- È questo un paio di fotografi che esemplifica alla perfezione cosa si voleva in nuce in questa intervista. Innanzitutto ambedue dimostrano che ogni e qualsiasi fotografo importante o meno che sia se non è PARLATO da altri non è NESSUNO. Questo è un altro nordo gordiano della fotografia! Di converso al detto “una foto vale più di mille parole” senza le parole una foto non vale NULLA. Se il miliziano di Capa non fosse stato discusso come fu discusso – al di là del fatto che la foto del fante fosse vera o no – la foto sarebbe stata destinata all’oblio totale. Ambedue, tanto Avedon che Penn, furono graziati – al di là del loro talento INDISCUTIBILE – di un credito dato da art director del calibro di Alexander Liberman e non solo lui! non so se mi spiego. Mentre Avedon seppur bravissimo è sempre rimasto legato mani e piedi ad una cifra stilistica ben definita au contraire Penn si è risolto in maniera magnifica tanto nel ritratto, quanto nello still-life, tanto nel fashion puro. In MANIERA magnifica perché a seconda dei “generi” fotografici egli non duplicava pedissequamente la propria cifra stilistica ma di converso produceva SEMPRE un suo proprio conio. Se vogliamo concretizzare il senso inverso di questo discorso citiamo un fotografo paradigmatico come Gabriele [BASILICO] – di cui, detto per inciso ed a scanso di equivoci, io ammiro immensamente il 99% della sua intera produzione - si impegnò, grazie a dio saltuariamente - nel ritrarre i deretani femminei assieduti su scranni del design à la page: le immagini non sapevano né di me né di te. Non erano buoni still-life né buone immagini erotiche. Un flop.

D.- Ti odieranno tutti per quanto hai detto or ora! Per farla breve, in soldoni, cos’è per te una “buona” fotografia?

R.- Da un certo punto di vista è facile risponderti! E lo faccio subito! La FOTO è: SCELTA DEL SOGGETTO, quindi peso specifico inerente al soggetto + LUCE (fotografia è scrivere colla luce) + senso della COMPOSIZIONE + tecnica fotografica (l’elemento meno importante dei precedenti nella maniera assoluta) + il Parlare di questa fotografia come riverbero, come megafono di ciò! MA RAMMENTA, che senza qualcuno, uno o molti, che ne parlano, della tua fotografia puoi farci solo carta igienica!

D.- Visto che ci siamo cosa intendi per questo concetto bizzarro che tu chiami “peso specifico” della foto?

R.- Semplice – di nuovo - risponderti, per certi versi. Fai una riflessione: se ritraggo Obama o Naomi Campbell o la Bellucci certamente il soggetto ritratto anche se FOTOGRAFATO in maniera primitiva, da un CANE FOTOGRAFO per dirla tutta, gode di un glamour solo e perché il fotografato è glamour esso stesso! Di converso il Penn che fotografa mozziconi di sigarette o lattine schiacciate in strada DIMOSTRA di saper fotografare in maniera superba pur non appoggiandosi su soggetti nobili, di gran vista, insomma, UMILI. Vuoi mettere? Un fotografo è tanto più grande quando crea dal nulla o da un “poco”, da un soggetto “umile”, un’immagine permeata di pathos.

D.- Quindi tu stai dicendo che più umile è il soggetto ritratto e più difficile è l’impresa del fotografo nel senso che raggiungere una sua valenza fotografica diviene problematico: colgo nel segno oppure no?

R.- Intendiamoci! Qui bisogna ricordare una differenza fondamentale tra il professionismo e l’amatoriale. Il primo, non può ardire a scegliere i soggetti da fotografare, da riprendere! Se un cliente si fa vivo pel professionista a gli chiede di riprendere una mera, prosaica, pompa idraulica il fotografo cercherà di dare il meglio per soddisfare le esigenze di sfruttamento iconografico nella mente del cliente: è naturale quanto doveroso! Edward [ROZZO] è un esempio magnifico, eclatante, superbo di questa devozione professionale a livello deontologico. Nel secondo caso, l’amatoriale, non esiste per antonomasia, un legame di base dettato da una committenza, qualsiasi essa sia, ma di converso l’amatoriale si basa su un horror vacui da cui partire e attraverso cui si può comprendere tutto e il contrario di tutto. Da qui la difficoltà non capibile di primo acchito che affligge la fotografia amatoriale senza committenza che da una parte è immensamente libera e da una altra parte è immensamente condizionata proprio dalla sua mancanza di vincoli a priori. L’horror vacui, insomma… mi spiego?

D.- Mmhh…. Sì e no! Ma insomma chi ti piace tra i fotografi ora che hai sparato ad alzo zero sul nostro settore?

R.- Immensamente Peter [LINDBERGH]e e prevengo la tua domanda dicendoti che mi entusiasma da morire per quelle sue atmosfere noir, per la sua voglia di essere di un “semplice” (apparentemente…) a partire dal fatto non indifferente di struccare le modelle e/o di riprenderle anche se vecchie. Le sue foto, non da ultimo, della Rhur sono strabilianti, dimostrando che lui non si limita ad essere monolitico fotografo fashion ma sa anche scattare e bene in altri ambiti! Cosa rara, come ti dicevo! Poi vado matto per una ingiustamente dimenticata come Sarah [MOON], non brava ma stra-BRAVA! La Sarah ha qualcosa in comune con un grandissimo della fotografia di moda che è un tuo conterraneo, Roberto [ROVERSI]: Roberto ha elaborato un suo peculiare linguaggio, strabiliante, dotato di fascino immenso. Mi piace anche tanto Ralph [GIBSON] che seppur presti il fianco un po’ al concettuale la sua pulizia formale è spettacolare! Be’ poi Joel [MEYEROWITZ], stupefacente fotografo! Poi, be’, ce n’è una sporta di bravissimi! Non riesco a dirteli tutti… Jeanloup [SIFF]; Giorgio [LOTTI]; Mario [CRESCI]; Giampaolo [BARBIERI]; Romano [CAGNONI]; Fulvio [ROITER]; Reinhardt [WOLF]; Mario [CIAMPI]; Horst [PAUL HORST]; Giovanni [GASTEL]; Massimo [LISTRI]; Fabrizio [FERRI] ma uno dei miei iper preferiti era di sicuro Aldo [BALLO]! Per non dimenticare gli altri già citati, Basilico, Jodice, Penn ….

D.- Mi sorprendi ancora! Cosa ti attirava verso le foto di Ballo? Non mi par che avesse una sua particolare specifica caratura stilistica o mi sbaglio?

R.- Ti sbagli e di grosso! Aldo colla moglie, Marirosa, innanzitutto è stato il fotografo, colla “i” maiuscola di interni e di arredamento numero 1 al mondo! Anche i giapponesi lo ammiravano da matti! La sua pulizia formale che ha portanto entro la foto di interni ha fatto scuola nel mondo. Ovviamente facendo quelle foto non si poteva uscir dal seminato in quanto le foto dovevano SEMPRE risultare molto leggibili, molto descrittive, al limite del documentarismo, visto che servivano al preciso scopo di diffondere una line editoriale (leggi pubblicità alle ditte che foraggiavano la rivista ovviamente…), ma la sua pluri decennale opera di documentazione ha costituito un magistero tecnico quasi irraggiungibile. Da non dimenticare che lo Studio Ballo & Ballo è stato una autentica fucina di talenti ad incominciare dallo Studio Azzurro e letteralmente dozzine e dozzine di assistenti che sono diventati via via degli ottimi fotografi, ognuno nel loro campo!
Ah, poi, ti pareva! Mi stavo dimenticando di citarti un grande grandissimo, tuo compatriota! Francesco [RADINO] superbravo!

D.- Grazie dell’assist nazionalistico! A proposito cosa pensi di quella corrente di fotografi e critica fotografica che suole riportare in auge una sorta di Neue Sachlichkeit ai giorni nostri sulla scorta dei cosiddetti Nuovi Topografi, Lewis Baltz, Stephen Shore, Robert Adams? Parliamo di roba degli anni Settanta ma la loro aura si proietta ancor oggi! Insomma di chi invoca uno stretto documentarismo a discapito della emozione del mezzo fotgrafico! Sono curiosa di sentire la tua opinione che sarà certamente antifrastica come al solito!

R.- Presto detto! Il troppo stroppia! A forza di voler insistere su una presunta oggettività che è poi una mera fisima idealistica in quanto nulla e niente è oggettivo, tutto è portato in avanti da una propria piega, ideologica, culturale, fideistica o no e via di seguito, si finisce per essere soggettivisti al massimo grado, altroché! Alla fine dei giochi l’opera d’arte (se la fotografia lo vuol esser davvero deve decidersi a darsi una mossa in questo senso) è quella che suscita SORPRESA, suggerisce un’aura di scoperta, AMMIRAZIONE (esibisce intelligenza, genialità), PIACEVOLEZZA e GIOIA (si fa amare!)! Che gioia vuoi, ad esempio eclatante, trovare nelle immagini di Joel-Peter [WITKIN]? Tanto per citarne uno di questi zombie nichilisti! C’è più gioia all’obitorio, alla morgue, che nelle foto di Joel! Ma per tornare al documentarismo tel-quel, così non divaghiamo troppo, bisognerebbe dire ai loro fautori che l’unico grande Autore davvero documentarista è la (macchina) fotocopiatrice! Se non metti del TUO mentre fotografi cosa fotografi a fare? Infatti il 90% delle foto scattate da questi Nuovi Topografi sono di una banalità terrificante, un vomito. Meglio Ansel [ADAMS] mille volte e gran cretino, mi spiace dirlo, era Henri [CARTIER-BRESSON] quando voleva sbeffeggiare Ansel dicendo che le sue foto era cartoline! Se la vena documentarista dovesse essere il faro da seguire in letteratura ad esempio non avremmo mai avuto Shakespeare né Dostojevskij! Ma andiamo, cosa mi vengono a dire!

D.- Mi sa che che siamo arrivati au bout de la nuit e che sei troppo su di giri per continuare … magari alla prossima e magari alla tua prossima MOSTRA! Ti saluto e ti ringrazio della pazienza!

R.- Ma grazie a te accidenti!



Inviato: 7/11 16:44
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Re: INTERVISTA ESCLUSIVA A JAN-KLAUS STABROVINSKJ

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Non so chi sia JAN-KLAUS STABROVINSKJ ma mi trovo d'accordo con buona parte delle cose dette. Soprattutto sul fatto che lo stretto documentarismo non esiste, e che "A forza di voler insistere su una presunta oggettività che è poi una mera fisima idealistica in quanto nulla e niente è oggettivo, tutto è portato in avanti da una propria piega, ideologica, culturale, fideistica o no e via di seguito, si finisce per essere soggettivisti al massimo grado, altroché! Alla fine dei giochi l’opera d’arte (se la fotografia lo vuol esser davvero deve decidersi a darsi una mossa in questo senso) è quella che suscita SORPRESA, suggerisce un’aura di scoperta, AMMIRAZIONE (esibisce intelligenza, genialità), PIACEVOLEZZA e GIOIA (si fa amare!)...Se non metti del TUO mentre fotografi cosa fotografi a fare?"
E poi mi fa piacere che abbia ricordato il grande Aldo Ballo, a cui affiancherei nel ricordo l'altro grande e troppo spesso dimenticato Giorgio Casali. Grazie per aver pubblicato questa intervista.

Inviato: 7/11 17:20

Modificato da archifoto su 7/11/2022 17:38:28
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Re: INTERVISTA ESCLUSIVA A JAN-KLAUS STABROVINSKJ
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Prima di tutto grazie per l’intervista. Tuttavia manca di contestualizzazione. A parte il fatto che non conosco il personaggio (mia pecca), non vi è un minimo di introduzione. Basterebbero due parole. A che periodo si riferisce? Connotati fondamentali ? chi è l’intervistatore e per chi/quale motivo è stata fatta l’intervista? Si colloca/può collocarsi in un certo contesto?

Marco

Inviato: 8/11 13:05
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"I'm not a photographer the moment I pick up the camera.
When I pick one up, the hard work's already been done"

“To photograph reality is to photograph nothing.”

Duane Michals


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Re: INTERVISTA ESCLUSIVA A JAN-KLAUS STABROVINSKJ
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Da lombardia
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Indipendentemente dalla maggiore o minore condivisibilità delle opinioni espresse, direi che si tratti di un fake.

Inviato: 8/11 19:25
Tessera C.F.A.O n. 3

"Tempo fa ero indeciso, ma ora non ne sono più così sicuro" Boscoe Pertwee

https://500px.com/lucinio

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Re: INTERVISTA ESCLUSIVA A JAN-KLAUS STABROVINSKJ
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Citazione:

luciano ha scritto:
Indipendentemente dalla maggiore o minore condivisibilità delle opinioni espresse, direi che si tratti di un fake.


Sentiamo le argomentazioni di chi ha postato.

Marco

Inviato: 9/11 11:48
Il mio sito

"I'm not a photographer the moment I pick up the camera.
When I pick one up, the hard work's already been done"

“To photograph reality is to photograph nothing.”

Duane Michals


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Re: INTERVISTA ESCLUSIVA A JAN-KLAUS STABROVINSKJ

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20/1 13:07
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Al di là dell'intestazione, della cornice, del "Who's who" si tratta di tranche de vie, altro che fake. Si tratta di memo di decenni di frequentazione fotografica anche e soprattutto a livello professionale. Mi sono reso tra l'altro portavoce anche di tanti addetti ai lavori e non.

Inviato: 11/11 14:12
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Re: INTERVISTA ESCLUSIVA A JAN-KLAUS STABROVINSKJ

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22/6/2009 11:34
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Quindi, se ho ben capito, il fotografo di cui non si trova alcuna traccia sul web non esiste e l'intervista è un fake.
Il contenuto sono semplicemente considerazioni tue o di altre persone che hai incontrato.
Giusto?

Inviato: 17/11 21:03
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