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Commercio e uso di schiavi nella Venezia antica

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23/6/2022 9:20
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Durante le mie modeste ricerche sulle antiche opere idrauliche di preservazione della laguna a Lido di Venezia, mi sono imbattuto in una richiesta particolare da parte del governo della Repubblica. Nel 1388, come riportato dallo storico del XIX sec B. Cecchetti, si stavano eseguendo lavori con l’impiego di maestranze tedesche quando, considerando che si spendeva molto in stipendi (il “molto” è estremamente relativo perché il governo era sempre a dir poco “parsimonioso” su tutto), si fece richiesta ai rappresentanti del governo a Negroponte, che appena fossero stati catturati una sessantina di turchi, giovani e robusti, venissero inviati celermente a Venezia dopo essere stati marchiati in fronte e sulle guance con un liquido caustico. Si configuravano in maniera evidente come schiavi e mi sono proposto di tornare sull’argomento.

In effetti l’utilizzo di schiavi a Venezia (e non solo) era prassi del tutto normale. Fino al XVI secolo una delle fonti di guadagno di privati e indirettamente del governo (che percepiva una tassa sulle transazioni mediamente di 5 ducati a schiavo), era la tratta, il commercio in città e la vendita all’estero degli stessi. Il numero di quelli venduti all’estero era considerevole, da documenti del XV secolo risulta che erano mediamente diecimila all’anno, quindi non furono soltanto il commercio del sale e delle spezie che fecero arricchire i veneziani, questa evidenza fu portata alla luce in età moderna soltanto verso la metà del secolo diciannovesimo. Al prezzo medio di 50 ducati d’oro (puro) erano circa 100 milioni di Euro alla quotazione attuale dell’oro solo di vendite all’estero.
L’utilizzo di schiavi non desta meraviglia per i periodi più arcaici della storia di Venezia, perché la prassi era consolidata nelle genti che si installarono in laguna provenienti dalle città limitrofe dell’impero romano (Aquileia, Eraclea, Padova, Altino ecc.), ciò che è meno noto è la persistenza nei circa mille anni successivi (anche preti e conventi di frati e suore ne erano proprietari).

Erano provenienti soprattutto dall’Asia centrale, in gran parte tartari della mongolia o da popolazioni sottoposte alla dominazione mongola, erano anche russi, e in proporzione minore turchi, saraceni, etiopi. Valevano parecchio, mediamente uno schiavo (o schiava) senza difetti e in buona salute valeva sui 50 ducati d’oro, dagli 11 ai 25 anni avevano le quotazioni maggiori. Quando venivano battezzati si dava loro un nome occidentale, quelli originari ad esempio erano: Nastasia di 17 anni e Rupina russe, Tartare: Uliana di 18 anni, Clocaton di 16, Orda, Sara, Noalbi, Aches, Jangi Lonach, Aselbi, Athelon, ecc., Circasse: Zita di 25 anni, Uciam, Zebeldi, Rasgoza, Salmices, Eldiben, Ilasco, Turche: Assia, Hahuha, Barcha, Artir, ecc. Bosniache: Quala, Draga, Radaza, Vochosava, Rada, Dragoslava ecc. ragazzini, Balaban, Zangri, Caron, Bexem, Charazura. Li cito in memoria della loro sventura.
Di loro probabilmente sono rimaste tracce nella popolazione veneziana perché spesso le femmine rimanevano gravide dei proprietari.
La schiava venduta doveva piacere al padrone e si poteva (per accordo privato, non per legge che non c’era) “provarla” e restituirla dopo un certo tempo purché integra (...munda ab omni infirmitate intrinseca et estrinseca… oppure ….integra ominibus suis membris tam occultis quam manifestis…), come recita un contratto fra due nobili riguardo ad una schiava turca, ma la necessità di precisare l’integrità in caso di restituzione fa supporre che una volta definitivamente proprietario, il padrone ne faceva ciò che voleva. Oppure come risulta da un altro, un prete, certo Pietro Chozato, il 26 giugno 1381 vende ad un prete della parrocchia di San Raffaele, Pietro Pensaben, una schiava (ribattezzata Marta) di 28 anni ma questo la restituisce il giorno dopo. Potevano venir scambiate con beni qualsiasi o anche affittate (nel 1397 un Nicolò Foscolo affitta per un anno la schiava Cita a Filippo Bon per 6 ducati d’oro).

Per distinguerli prendevano il cognome della famiglia proprietaria, potevano anche imparare un mestiere ma in questo caso non potevano esser ceduti o venduti se non con l’autorizzazione del console della “mariegola” (corporazione) del mestiere e comunque (se avevano imparato un mestiere) mai venduti all’estero. Ciò che guadagnavano era del padrone ma ad esempio Marco Polo nel 1324 dichiara nel testamento che libera il suo e gli lascia tutto ciò che con il suo lavoro aveva guadagnato. La documentazione al riguardo consiste prevalentemente negli atti notarili di compravendita o di rinuncia alla proprietà obbligatori, o di lasciti testamentari nei quali spesso si dichiaravano liberi dopo il decesso del proprietario, anzi qualcuno lasciava per loro piccole cifre, come nel caso di un certo Pietro Enzio che nel 1123 li liberava “per la salvezza della propria anima” (e ciò è indicativo che qualche scrupolo morale ci fosse) o di Marco Barbetta che nel 1208 li liberava con 5 Lire (di piccoli) ciascuno e i vestiti che indossavano, nel 1515 un Antonio F. Giustiniani lascia alla schiava Maria anche una pensione annua di sei ducati.
Questi ed altri indizi lasciano ipotizzare che gli aspetti della schiavitù a Venezia non fossero truci come presso altre realtà anche perché in genere le loro funzioni erano strettamente legate alla convivenza con la famiglia, ma non devono ingannare sulla sostanza della cosa e sul buon cuore dei proprietari come nel caso del nobile Nicolò Morosini condannato nel 1439 ad una multa di 200 Lire (che per quella casata erano niente) perché come capitano di una galea in viaggio verso Tana (oggi Taman nella baia del mar d’Azov) durante uno scalo raccolse a bordo un cristiano di nome Stefano di Posaga che era schiavo degli “infedeli” fuggito a nuoto. Il Morosini lo tenne a suo servizio ma, arrivato a Venezia, invece di liberarlo, lo fece lavorare nei suoi possedimenti nel Padovano. Dopo 4 anni lo portò a Venezia dicendo di volergli regalare dei vestiti che aveva in casa e invece lo vendette ad un certo Benedetto Arduino, padrone di nave, che lo rivendette a Siracusa dove in qualche modo riuscì a rivolgersi ai magistrati che (caso raro) lo liberarono e gli resero giustizia (più probabilmente avevano qualche rivalità con i Morosini).
Gli atti notarili al riguardo di compravendite diventano scarsi verso la metà del XVI secolo, indice che lo schiavismo andò scemando da quel periodo almeno nella sua forma specifica.

Per fortuna ci siamo “civilizzati” ma a guardar bene non troppo, se si pensa che uno schiavo non aveva stipendio ma comunque vitto e alloggio assicurati perché doveva stare in salute e in genere donne e uomini si vestivano con gli abiti dismessi (che in famiglie benestanti erano di pregio), oggi siamo arrivati a stipendi che a volte vanno dai 400 ai 600 euro al mese, totalmente insufficienti per campare.

@ Pino Alessi nov 2022 / mag 2023.

Inviato: 1/5/2023 19:43
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Re: Commercio e uso di schiavi nella Venezia antica
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13/5/2004 17:25
Da lombardia
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Pino ha scritto:
...
Per fortuna ci siamo “civilizzati” ma a guardar bene non troppo, se si pensa che uno schiavo non aveva stipendio ma comunque vitto e alloggio assicurati perché doveva stare in salute e in genere donne e uomini si vestivano con gli abiti dismessi (che in famiglie benestanti erano di pregio), oggi siamo arrivati a stipendi che a volte vanno dai 400 ai 600 euro al mese, totalmente insufficienti per campare.

@ Pino Alessi nov 2022 / mag 2023.


Era la stessa considerazione che stavo facendo tra me e me, leggendo il tuo intervento prima di arrivare a questo punto.
Io penso che non ci sarebbe troppo da meravigliarsi se la schiavitù, con altro nome, riveduta, corretta ed adattata ai tempi, verrà prima o poi ripristinata in forme più o meno ufficiali.

Inviato: 3/5/2023 17:50
Tessera C.F.A.O n. 3

"Tempo fa ero indeciso, ma ora non ne sono più così sicuro" Boscoe Pertwee

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Re: Commercio e uso di schiavi nella Venezia antica

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23/6/2022 9:20
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C'è anche un altro aspetto, il lavoro visto come partecipazione collettiva al processo produttivo. Una visione che imprenditori illuminati come Olivetti e in tempi recenti Del Vecchio di Luxottica hanno perseguito amando i propri lavoratori, ricambiati. La precarizzazione, provvisorietà, stipendi troppo bassi, stanno distruggendo questo aspetto fondamentale per la soddisfazione e il senso di appartenenza ai successi dell'azienda. La distruzione della cultura del lavoro sommata a certi aspetti può portare il lavoro subordinato a qualcosa che può assomigliare ad una condizione subita.

Inviato: 4/5/2023 21:26
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